19 Ottobre 2020
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Uno Studente Del “Geymonat” In Prima Linea Sul Fronte Dell’emergenza

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«PORTIAMO LA SPERANZA»: UNO STUDENTE DEL “GEYMONAT” IN PRIMA LINEA  SUL FRONTE DELL’EMERGENZA

La testimonianza di Federico Mariotti, alunno della classe V SB, volontario nel Nucleo di pronto intervento della Protezione civile varesina

«Tutti sono preoccupati, ma un po’ di speranza riusciamo a trasmetterla: lo si vede negli occhi delle persone che incontriamo». Una speranza che Federico Mariotti, brillante alunno della classe V SB del liceo scientifico Geymonat, sta portando in queste settimane, insieme con pasti e farmaci e col sorriso che lo contraddistingue, agli anziani bloccati in casa per evitare il contagio da Coronavirus, ma anche agli ospiti della mensa dei poveri di Varese, dove contribuisce a garantire un accesso ordinato e sicuro per i tanti bisognosi che vengono qui accolti.

Sono questi alcuni dei servizi che lo studente tradatese, 19 anni, sta prestando sul fronte dell’attuale emergenza, che lo vede in prima linea come volontario del Nucleo mobile di pronto intervento della Protezione civile: un’esperienza nella quale Federico si è buttato a capofitto, senza lasciarsi fermare dalla paura e senza neppure trascurare lo studio, in vista dell’ormai imminente esame di Stato. È stato proprio grazie al suo percorso liceale, del resto, che il giovane ha cominciato due anni fa, nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, il suo impegno nel Corpo dei volontari della Prociv varesina, in cui ha poi deciso di rimanere. Tra le molte attività che sta svolgendo insieme alla sua squadra, quasi interamente composta da giovani nati fra il 1997 e il 2001, compresi ex allievi del “Geymonat”, anche il servizio d’ordine all’aeroporto della Malpensa, nelle stazioni ferroviarie di Varese e negli uffici postali: tutti luoghi dove gli operatori della Protezione civile vigilano, in collaborazione con le forze dell’ordine, sul rispetto delle misure precauzionali, come la distanza di almeno un metro fra le persone. Federico è inoltre a disposizione del centralino dell’Azienda regionale emergenza urgenza (Areu) di Milano, che ha attivato un numero di assistenza per alleggerire gli operatori del 112. Presto inizierà anche la consegna dei tablet ad alcuni suoi coetanei che frequentano varie scuole e che ne hanno bisogno per prepararsi all’esame di maturità.
L’alunno ha volentieri accettato di condividere la propria esperienza, nel corso di una lezione in streaming, con la sua classe, rispondendo alle domande dell’insegnante e dei compagni.

Prof: Federico, perché hai deciso di impegnarti nella Protezione civile?

«È un modo per crescere e scoprire una parte di te, rendendoti conto che il tuo limite, fisico, mentale e spirituale, non è dove pensavi che fosse. Ero consapevole che prima o poi sarebbe arrivata un’emergenza, anche se ne ho già seguita una provocata dalla neve e ho partecipato a una ricerca di dispersi. L’attuale circostanza, che è ben più grave, è un’opportunità per crescere e mettere alla prova ciò che ho appreso finora: le esercitazioni, durante le quali, in situazioni a volte estreme, ho imparato a mantenere i nervi saldi, senza farmi prendere dal panico, stanno dando buoni frutti. Mi rendo perciò conto che non si tratta di una crescita illusoria, ma vera».

Prof: Come vinci la paura?

«Non voglio passare per “superuomo”, ma finora non sono stato preso da paure o psicosi. Stiamo operando con tutti i dispositivi necessari: le mascherine, i guanti, il mantenimento delle distanze. Questi strumenti ci aiutano, insieme alla sicurezza che abbiamo imparato ad avere nel corso del tempo. In ogni caso, dove vacillano l’animo e la fiducia in te stesso, il sostegno non viene solo dalle soluzioni tecniche, ma soprattutto dall’avere compagni di squadra che stanno vivendo questo momento con te, si sono addestrati con te, sanno quanti vali e ti incoraggiano».

Edoardo Rosito: Qual è stata la circostanza più critica che hai affrontato?

«Durante un servizio con la Polizia ferroviaria e la Croce rossa, mentre veniva misurata la temperatura ai viaggiatori, è stata trovata una persona con la febbre alta: anche se abbiamo mantenuto le misure di sicurezza, mi è ugualmente salita un po’ di ansia, perché ho iniziato a provare ciò che vivono tutti coloro che operano in condizioni di costante esposizione al rischio. Al centralino di Areu sono inoltre arrivate chiamate relative a situazioni difficili da decifrare, ma l’aiuto dei medici che ci affiancano ha permesso di dare le giuste indicazioni a chi ci aveva contattato. Ho poi assistito a qualche episodio di tensione, che non è comunque degenerato, fuori dalla mensa dei poveri».

Prof: A proposito della mensa dei poveri, quanto l’emergenza ha accresciuto il disagio dei suoi ospiti?

«È questo un mondo che si sa che esiste, ma di cui, finché non lo tocchi con mano, non ti rendi conto. Mi piange il cuore, perché vedo indigenti che non hanno nulla, salvo una panchina per dormire o un centro d’accoglienza per passare la notte, e ora, senza alcuna colpa, si sono visti togliere persino quel poco che avevano. Uno di loro mi ha fatto commuovere: mentre pioveva e stavamo regolando l’accesso, ci ha detto che non trovava giusto che noi fossimo lì sotto l’acqua per aiutarli. Persone che non possiedono nulla apprezzano dunque piccoli servizi, che chi non si è mai sentito toccato dal bisogno fa invece più fatica a riconoscere. Dei senzatetto, spesso considerati una piaga della società, sono grati a coloro che compiono dei semplici gesti per aiutare tutta la comunità, mentre chi potrebbe fare grandi gesti, perché ha una disponibilità economica che gli consentirebbe, per esempio, di elargire una donazione alla Protezione civile, non li fa: ho trovato più umanità nei poveri in fila alla mensa che in altri. Anche i tanti cui consegniamo i pasti a casa esprimono molta gratitudine».

Edoardo: La sensibilizzazione circa il rispetto delle norme precauzionali è stata recepita?

«Tra coloro che incontriamo è stata nel complesso recepita. Penso in particolare alle persone che aiutiamo a domicilio: se non fossero chiuse in casa, non richiederebbero questo servizio. In altri casi, però, il messaggio non è stato ancora del tutto compreso. Tant’è vero che, quando salgo da Tradate a Varese per raggiungere il comando, vedo gente in giro in macchina: mi pare difficile ipotizzare che siano tutti fuori per lavoro. Si può andare a fare la spesa, certo, ma le code davanti ai supermercati mi lasciano perplesso: se uno esce tutti i giorni per comprare qualcosa, non ha capito il problema di fondo».

Prof: Per quale ragione potresti suggerire a un coetaneo di vivere la tua stessa esperienza?

«Devi sentirti la motivazione dentro: non dev’essere forzata. Alcune vicende cambiano le persone e qualcuno potrebbe pensare: “In casa non posso fare nulla, mentre se fossi in Protezione civile o in Croce rossa o in altre realtà di volontariato potrei fare qualcosa”. Così si può decidere di impegnarsi per gli altri, che si tratti di un gesto piccolo come portare la spesa a casa e infondere fiducia nelle persone o di una scelta più grande come quella di diventare medico per aiutare domani chi sarà in difficoltà. Consiglierei un’esperienza come la mia perché ti fa crescere e ti fa vedere lati dell’umanità, come nel caso dei poveri, che finché non vedi nel concreto fingi che non esistano. Impari come va la vita, sperimenti il tuo limite e capisci che puoi spostarlo più in là, se sei disposto a farlo».

Parla di «importante occasione di crescita» anche il comandante del nucleo di volontari, Paolo Cazzola, che proprio con l’istituto Geymonat ha avviato qualche anno fa il primo progetto di alternanza scuola / lavoro proposto in Italia dalla Protezione civile. Elogiando il «campione» Federico, il responsabile della squadra sottolinea il valore di un impegno che «permette di affrontare le emergenze e le criticità e, grazie a questo, anche la quotidianità a testa alta, una volta che hai imparato a dominare le tue emozioni e le tue paure. Ciò significa avere uno slancio in più nella vita, che è un fascio di relazioni, da saper gestire pure nelle situazioni più difficili». Questo, aggiunge Cazzola, sarà importante soprattutto dopo, a fine emergenza, quando «si camminerà tra le macerie sociali ed economiche, in un contesto ancor più brutto dell’attuale: troveremo la disoccupazione, il crollo dei consumi e la paura di un contagio di ritorno, con tutte le sue conseguenze, e questa realtà in cui sprofonderemo vedrà un po’ più forti e resilienti, cioè capaci di trarre fuori da situazioni drammatiche la forza che hanno dentro, proprio coloro che hanno imparato a confrontarsi con le criticità, nella Protezione civile o in altre esperienze: ciò che conta è mettersi in gioco».
Scrive il filosofo Seneca: «Devi vivere per un altro, se vuoi vivere per te stesso» (Lettere a Lucilio, V, 48,3). Grazie a Federico e a tutti i volontari della Prociv, perché lo testimoniano con il loro servizio.